Parco visconteo

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Pavia e il Parco visconteo, disegno di C. Magenta, 1883, Musei Civici di Pavia, Fototeca

AUTORE

Carlo Magenta (1840-1893), docente di Storia all’Università di Pavia, si interessò in particolare alle vicende dei Visconti e degli Sforza, del castello di Pavia e della Certosa, pubblicando alcuni volumi che si possono trovare anche nella Biblioteca dei Musei Civici

IL PAESAGGIO NEL DISEGNO
Il disegno realizzato da Carlo Magenta offre una ricostruzione del territorio del Parco visconteo, in base alle informazioni che il professore ricavò da fonti antiche come resoconti di viaggio, lettere e cronache del tempo.

Nel disegno si vede anche la città di Pavia cinta da mura, oltre le quali si estende una campagna coltivata, costellata da vari insediamenti di piccole dimensioni.
Lungo le mura, a nord, si trova il Castello visconteo dietro il quale si estende un giardino rettangolare cintato. Oltre il giardino si sviluppa il Parco, a forma di ventaglio, di cui si possono distinguere sia la superficie originaria, delimitata dal muro costruito tra località Due Porte e Cascina de’ Sacchi sia l’ampliamento successivo che arriva fino al muro perimetrale del monastero della Certosa.
Il territorio del Parco è attraversato in direzione nord-sud dalla roggia Vernavola, fiancheggiata dai due tracciati stradali del Corso e della Vigentina, e da altri corsi d’acqua minori.
All’interno di questo territorio, in parte coltivato e in parte piantumato a bosco si riconoscono alcune località esistenti ancora oggi come il castello di Mirabello, Cascina Colombara, Cascina Scala,  la Villa Torretta, la “villa di delizie” dei Visconti.

DAL DISEGNO AL TERRITORIO
Oggi il Parco visconteo non è più riconoscibile come una volta. Alcuni toponimi però ne ricordano il perimetro murato e i confini, come ad esempio “Due Porte”, “Cantone Tre Miglia”, “Mezza Porta”, “Porta d’Agosto”, “Porta Chiossa”.
In località Torre del Mangano presso Certosa si può vedere una delle porte d’ ingresso del Parco, così come a San Genesio rimangono i resti di “Porta Pescarina”.
Possiamo riconoscere nella Strada Vigentina il confine Est del parco, nella Strada Statale dei Giovi che costeggia il Naviglio il confine Ovest, nella Via Folperti il limite Sud al confine col giardino del Castello, nella Via Olevano il “Corso” lungo il quale si facevano le corse dei cavalli.
Il territorio oggi corrispondente all’antico parco è in parte suddiviso in campi coltivati e pioppeti in parte è stato edificato, cancellando quasi del tutto non solo l’evidenza materiale del luogo ma anche la sua memoria.

Veduta di Pavia
Veduta di Pavia

Solo una sottile striscia lungo il corso della roggia Vernavola è stata preservata e trasformata in parco urbano attrezzato con percorsi vita, segnaletica storico-naturalistica e aree gioco per i bambini. Recentemente sono stati sviluppati anche percorsi storico-artistico-ambientali all’interno dell’area dell’antico parco anche in vista della costituzione di un ecomuseo.

APPROFONDIMENTO Il Parco visconteo nella storia, nella letteratura e nell’arte

LINEE DI RICERCA

  • Il parco della Vernavola prende il nome dalla roggia che lo percorre. Che cosa è una roggia e quali sono le sue caratteristiche?
  • Nel Parco della Vernavola puoi trovare una cartellonistica che segnala le principali specie arboree. Quali di queste sono autoctone?
  • Nel Parco della Vernavola, nei pressi della Cascina Colombara, è stata reintrodotta l’antica tecnica colturale delle marcite. In che cosa consiste?

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Carità cristiana, Giuseppe Pellizza da Volpedo

Giuseppe Pellizza da Volpedo (Volpedo, Alessandria, 1868 – 1907) Carità cristiana, 1892, olio su tavola, cm 20x38,5

Giuseppe Pellizza da Volpedo (Volpedo, Alessandria, 1868 – 1907) Carità cristiana, 1892, olio su tavola, cm 20 x38,5, Musei Civici di Pavia, Donazione Morone

AUTORE

Guseppe Pellizza da Volpedo è uno degli esponenti più importanti del Divisionismo italiano. Ha una formazione romantico-scapigliata. Nelle sue opere prevalgono temi a spiccata valenza sociale di denuncia e di impegno politico.

IL PAESAGGIO NEL DIPINTO

Carità cristiana rappresenta la morte di un uomo di umili condizioni all’interno di un fienile: lo spiega lo stesso autore con un’iscrizione sul retro della tavola.

L’ iscrizione svela anche la volontà dell’artista di studiare gli effetti cromatici chiaroscurali prodotti dal sole nel mese di giugno.

DAL DIPINTO AL TERRITORIO

Il fienile è una parte fondamentale delle cascine di pianura. La struttura della cascina deriva da quella della villa romana o dalla grangia cistercense. Si può parlare di cascina vera e propria dal XIII secolo, mentre la sua diffusione massima risale al XVIII e XIX secolo, periodo in cui diviene un elemento caratterizzante il paesaggio padano.

Cascina a corte

Nella bassa pianura le cascine più diffuse erano di due tipi. La cascina a corte, caratterizzata da una pianta quadrangolare con al centro il cortile o l’aia, attorno al quale si trovano i diversi edifici agricoli, come stalle, granai, caseifici, magazzini, alloggi per i braccianti; spesso è presente anche una piccola cappella per le funzioni domenicali o per le celebrazioni nelle grandi feste religiose. La cascina a casone invece, occupata da un solo nucleo familiare, è costituita dalla stalla sovrastata dal fienile e dalla parte abitativa disposta su due piani; di fronte, si estende l’aia.

La produzione agricola svolta in cascina nel territorio di Pavia è oggi orientata al grano, mais, orzo e soprattutto al riso.

Questo tipo di organizzazione agricola e sociale è rimasta in vita fino agli anni ’50 del XX secolo. Successivamente l’urbanizzazione, l’industrializzazione delle città e l’utilizzo di macchinari in agricoltura che hanno via via sostituito i braccianti nei campi hanno contribuito al progressivo abbandono delle cascine. Recente è il recupero di questi edifici sia per scopi etnografici e storici, come la realizzazione di musei agricoli, sia ai fini turistici, come la creazione agriturismi, centri benessere e ristoranti. Più spesso inoltre le cascine sono state recuperate trasformandole in appartamenti. Quelle cascine che hanno mantenuto la funzione agricola sono state tuttavia ammodernate con capannoni, silos e altre strutture.

APPROFONDIMENTO: Cenni sul divisionismo

LINEE DI RICERCA

  • Censisci le cascine nel tuo territorio descrivendo anche le attività produttive che vi si svolgono
  • Riproduci in pianta una cascina a corte della tua zona

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Il Ponte Coperto sul Ticino, Ezechiele Acerbi

Ezechiele Acerbi (Pavia, 1850 – 1920) Il Ponte coperto sul Ticino, olio su tela, cm 19.5x33

Ezechiele Acerbi (Pavia, 1850 – 1920) Il Ponte Coperto sul Ticino, olio su tela, cm 19.5x33, Musei Civici di Pavia, Donazione Morone

AUTORE

Ezechiele Acerbi, si formò alla Civica Scuola di Pittura di Pavia e fu molto amato dai collezionisti locali per i suoi ritratti e paesaggi.

IL PAESAGGIO NEL DIPINTO

Nell’opera è raffigurata Pavia vista da Borgo Ticino, il quartiere della città che si sviluppa lungo la riva destra del fiume. Gran parte della tela è occupata dal Ponte Coperto medievale e dalle acque azzurre del Ticino dove si riflette il cielo senza nuvole, mentre sullo sfondo lo skyline di Pavia si staglia contro l’orizzonte.

A sinistra del Ponte si vedono i resti delle mura spagnole che cingevano la città.

DALL’OPERA AL TERRITORIO

Già in epoca romana esisteva a Pavia un ponte che collegava le due sponde del fiume; quando il Ticino è in magra se ne possono vedere i resti in pietra dei piloni.

ponte, 1900

Ponte vecchio trecentesco

I Visconti, intorno alla metà del ’300 completarono il rifacimento del ponte, progettato da Giovanni da Ferrera e Iacopo da Cozzo, con la funzione di fortificazione. Durante i bombardamenti della Seconda Guerra mondiale il ponte a sette arcate venne gravemente danneggiato.

Il Ponte trecentesco danneggiato dai bombardamenti

Si decise quindi di ricostruirlo a cinque arcate negli anni ’50,  leggermente più spostato a valle e con una diversa angolazione rispetto all’alveo del fiume che nel tempo aveva cambiato il proprio percorso.

Ponte Coperto

Ponte Coperto

Se si osserva Pavia da lontano si può notare come il colore dominante sia il rosso del mattone con cui sono costruiti la maggior parte degli edifici medievali.

Nel Medioevo si utilizzava per l’edilizia soprattutto materiale locale. Il territorio pavese,  per la sua natura geologica e per la presenza di numerosi corsi d’acqua  è ricco di argilla, materia prima che veniva quindi utilizzata per la fabbricazione dei mattoni che venivano cotti in fornaci collocate lungo il corso dei fiumi.

Oggi il mattone è lasciato “a vista” in alcuni edifici del centro storico ma più spesso è mascherato dai più recenti rivestimenti ad intonaco i cui colori sono indicati dal regolamento edilizio.

APPROFONDIMENTO: Ticino: etimologia

LINEE DI RICERCA

  • Cerca nella Biblioteca e nella Fototeca dei Musei Civici altre riproduzioni delle vedute di Pavia di Ezechiele Acerbi, troverai sicuramente spunti di riflessione su come è cambiata la città
  • Lo scrittore pavese Mino Milani nella sua opera “Il Ticino di Pavia”, intreccia l’esperienza personale con un’affascinante descrizione del fiume e della sua storia. Puoi trovare il libro a Pavia nella Biblioteca civica Bonetta: leggine alcuni brani e confronta la realtà descritta dall’autore  con quella attuale.

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Sottobosco in autunno, Erminio Rossi


Erminio Rossi, (Sannazzaro dei Burgundi, 1871 – Pavia, 1942), olio su tela, cm115 x 89, Musei Civici di Pavia, Donazione Morone

AUTORE

Erminio Rossi frequentò la Civica Scuola di Pittura pavese e l’Accademia di Brera sotto la guida di Pietro Michis e Cesare Tallone.
La sua produzione, legata alla tradizione pittorica ottocentesca, spazia dal ritratto al paesaggio: tra i paesaggi si segnalano in particolare i boschi e le lanche del Ticino che l’artista conosceva molto bene, grazie alla sua passione per la voga.

IL PAESAGGIO NEL DIPINTO

L’artista rappresenta l’ambiente tipico di un sottobosco in Lomellina, ritratto nel periodo autunnale in una giornata dal cielo terso e azzurro. E’ un bosco naturale di pioppi , dove la vegetazione si sviluppa spontaneamente senza l’ordine prestabilito che vediamo oggi nelle coltivazioni della zona. Pennellate veloci che richiamano la tecnica impressionistica descrivono il folto del bosco dove si vedono i colori dell’autunno. La sterpaglia del sottobosco, attraversata da un sentiero appena accennato, ha i toni del bruciato, le foglie dei pioppi sono ingiallite, mentre il resto dell vegetazione conserva ancora il verde dell’estate.

DAL DIPINTO AL TERRITORIO
Il bosco ritratto nel dipinto rappresenta uno scorcio di quelle foreste planiziali originarie, ormai ridotte a relitti, caratterizzate da un grande interesse storico e scientifico.
Queste formazioni forestali occupavano la maggior parte della Pianura Padana, si interrompevano solamente lungo il corso dei fiumi e in altri ambienti particolari quali paludi e suoli aridi.
Ospitavano una tipica vegetazione arborea dominata da specie di latifoglie quali farnia (Quercus robur), carpino bianco (Carpinus betulus), olmo (Ulmus minor) cui erano associati pioppi (Populus nigra, Populus alba), aceri (Acer campestre) e vari arbusti (nocciolo, sanguinello, evonimo, ecc.). Nel dipinto sono evidenti in primo piano esemplari di pioppo bianco.
Il lungo processo di antropizzazione ha portato ad una riduzione progressiva delle formazioni forestali a vantaggio delle estensioni coltivate, delle aree urbanizzate e delle infrastrutture di comunicazione. Attualmente solo il 3,5% della pianura è occupata da foresta.
Le foreste si sono conservate solo sporadicamente per iniziativa di singoli proprietari o per la difficoltà di conversione agricola dovuta alle esondazioni fluviali. Per questo troviamo i lembi maggiori di foresta planiziali in corrispondenza dei solchi vallivi fluviali e tra questi quello che conserva la quota maggiore è proprio la Valle del fiume Ticino.La loro importanza non è solo da ricercare nella biodiversità floristica, ma anche faunistica. Questi sono un habitat essenziale per molte specie animali stanziali e migratorie che qui sostano per riprodursi: un esempio tipico è dato dalle garzaie, luoghi di nidificazione e riproduzione degli aironi. Molte altre sono le specie ospitate: dai mammiferi (volpi, tassi, lepri, ecc.) ai volatili (aironi, picchi, gufi, allocchi, ecc.).
Al posto dei boschi in cui il pioppo bianco e il pioppo nero si riproducono spontaneamente troviamo più frequentemente coltivazioni intensive, costituite da filari regolari e composte prevalentmente da Pioppo canadese (Populus canadensis) la cui coltivazione è più conveniente dal punto di vista commerciale. Questa pianta possiede un legno tenero, poroso, leggero e facilmente lavorabile da cui è possibile ricavare tavole, pasta per l’industria della carta, fogli per compensati e pannelli truciolari, imballaggi, fiammiferi. In passato il legno di pioppo veniva usato anche per intagliare gli zoccoli dei contadini.

Filari di pioppi

Filari di pioppi

APPROFONDIMENTO: Botanica Lingua Mitologia

LINEE DI RICERCA

  • Cerca nella tua zona un bosco naturale e una coltivazione di pioppi. Prova a documentarli con delle fotografie e a metterli a confronto.

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Colonnine con decorazione a tralci di vite

Colonnine con decorazione atralci di vite, sec. XV, Musei Civici di Pavia, Sezione Rinascimento

Colonnine con decorazione atralci di vite, sec. XV, Musei Civici di Pavia, Sezione Rinascimento

AUTORE

Le due colonnine in pietra, risalenti al XV secolo, presentano una decorazione a tralci di vite a spirale con grappoli d’uva, riconducibili a Giovanni Antonio Amadeo, architetto e scultore tra i più importanti impegnati nel cantiere della Certosa di Pavia.

IL PAESAGGIO NELL’OPERA

La decorazione delle colonnine non riproduce un paesaggio vero e proprio ma l’immagine della vite che si avviluppa attorno al loro  fusto  rispecchia un paesaggio agrario che sicuramente faceva parte dell’esperienza quotidiana degli uomini del ’400.

Interessante è notare che l’uva è un simbolo cristiano usato fin dall’antichità: la vite rappresenta infatti Cristo, secondo la metafora usata da Gesù stesso nel passo del Vangelo di Giovanni (15, 1-17) “Io sono la vera vite…”. L’uva è anche simbolo del vino eucaristico e quindi del sangue di Cristo, soprattutto se accompagnata da spighe di grano (o dal pane), simbolo del corpo di Cristo. Per questo motivo gli artisti utilizzarono spesso quest’immagine nell’arte sacra con il vantaggio che i tralci  si prestano ad effetti artistici facili e gradevoli.

DALL’OPERA AL TERRITORIO

La coltivazione della vite fin dall’antichità è stata molto diffusa per l’importanza del vino nel regime alimentare.

In epoca romana, soprattutto nell’Italia centro-settentrionale era frequente la coltivazione della vite maritata in particolare ad arboretum, ossia la pianta della vite cresceva alta attorno ad un singolo albero, al contrario di quanto avverà nell’Alto Medioevo quando la vita era coltivata bassa, a filari ravvicinati.

In età comunale il paesaggio lombardo era caratterizzato da viti maritate “a piantata”: la vite era sostenuta o da alberelli o da pali (coltura a alberello o pali secchi) collegati da funi su cui venivano fatti crescre i tralci permettendo la massima esposizione al sole.

Nel ‘700,  circa il 20% della superficie agraria della bassa pianura era occupata da vite. Nell’800  si diffuse la coltura del riso, più redditizia. Il livellamento dei suoli e la razionalizzazione delle acque aveva infatti favorito la trasformazione di vigneti in risaie, dando vita ad un paesaggio che caratterizza  ancora oggi il territorio pavese e lomellino.

Risaia

Risaia

La produzione vinicola si spostò dalla pianura alla zona collinare dell’Oltrepò dove la favorevole esposizione al sole ha sviluppato una fiorente produzione vitivinicola.favorisce la coltura della vite.

vigneto dellOltrepò

Vigneto dell'Oltrepò

16.000 ettari di vigneti caratterizzano questo territorio: i fianchi delle colline sono fittamente solcati da regolari filari di viti, alti 80 – 100 cm, disposti secondo le curve di livello e secondo la massima pendenza.

Dalle uve dell’Oltrepò si ricavano prevalentemente i vini Bonarda, Barbera, Riesling Italico e Renano, Pinot nero e Moscato.

APPROFONDIMENTO: il vino

LINEE DI RICERCA

  • Come avviene la trasformazione dell’uva in vino? Avrai sentito parlare di “cantine”: prova a informarti sulle cantine dell’Oltrepò pavese e visitane una
  • Cerca nelle sale dei Musei Civici di Pavia altre immagini che rappresentano la vite

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Granoturco, Giorgio Kienerk

Giorgio Kienerk (Firenze, 1869 - Fauglia, 1948), olio su legno, cm 33 x68, Musei Civici di Pavia, Depositi

AUTORE

Giorgio Kienerk fu direttore della Civica Scuola di Pittura di Pavia dal 1905 al 1934; di formazione macchiaiola aderì al simbolismo. Negli ultimo anni della sua vita trascorreva il periodo estivo nella sua residenza di famiglia a Fauglia (PI) dipingendo i luoghi a lui più cari.

IL PAESAGGIO NEL DIPINTO
Il dipinto rappresenta una campagna coltivata nella quale si intravvede tra gli alberi un cascinale; la vista spazia a perdita d’occhio verso l’orizzonte, sotto un azzurro cielo terso tipicamente estivo.

In primo piano si vedono le pannocchie gialle del granoturco maturo, mentre sul fondo si alternano altre coltivazioni contraddistinte da sfumature di verde diverse. Più a sinistra si stagliano contro il cielo due cipressi, più in là due altri alberi dalle chiome compatte, probabilmente due pioppi, e a destra un altro albero la cui sagoma ricorda quella di una quercia.
Quello rappresentato è un paesaggio toscano, leggermente digradante, caratterizzato da alberi, cipressi svettanti ed alberi dalla chioma tondeggiante attorno ad insediamenti sparsi dai tetti rossi e dalle dimensioni modeste.

DAL DIPINTO AL TERRITORIO
Nel dipinto si riconosce la coltura del granoturco, assai diffusa anche nella campagna padana. Le coltivazioni nella Pianura Padana si estendono in reticoli regolari su un suolo piano disegnato da filari uniformi di pioppi e querce che fungono da frangivento e che spesso ricalcano le antiche suddivisioni della centuriazione romana. I campi di granoturco si alternano ai campi di frumento differenziandosene per il colore verde intenso delle piante, per le dimensioni del fusto, delle foglie e per le infiorescenze.
Il mais è stato introdotto in Europa dopo la scoperta dell’America. Venne coltivato inizialmente in Andalusia da agricoltori arabi come mangime per gli animali, poi utilizzato anche nella dieta umana. Nel XVII si diffuse in tutta Europa fino al Caucaso dove, grazie alle con­dizioni climatiche favorevoli, le produzioni risultarono più abbondanti rispetto a quelle dei cereali tradizionali.

Presto il mais iniziò a diffondesi anche in Italia, probabil­mente con varietà provenienti dai vicini Balcani (da cui forse deriva il nome popolare «granoturco»). Le regioni padane e, in particolare, quelle nord-orien­tali furono quelle che diedero vita alle coltivazioni più estese e redditizie. Sarà la dieta quasi esclusivamente a base di mais alla fine dell’Ottocento la causa della pellagra, una malattia che si diffonderà in tutte le campagne. Questo secolo darà anche inizio alla coltivazione intensiva introducendo ibridi di Zea mays più altamente produttivi e tecniche colturali più sofisticate. Questo tipo di coltura si concentrerà soprattutto in Veneto, Lom­bardia, Piemonte e Friuli Venezia Giulia che da sole forniscono circa il 66% di tutta la produzione italiana.

campo di granoturco nel pavese, 2009

Campo di granoturco nel pavese, 2009

APPROFONDIMENTO: La polenta

LINEE DI RICERCA

  • Quali alimenti sono stati introdotti nella cucina italiana provenienti da altri continenti? la loro introduzione ha cambiato l’aspetto del paesaggio agrario? Se sì, come?
  • Avrai sentito parlare di mais transgenico;  informati sulle tematiche relative alla introduzione di ogm nell’ambiente: interessi strategici per il settore agroalimentare, per il commercio, per l’ambiente, per la salute, per lo sviluppo economico e sociale.

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Catasto teresiano


Mappa dei beni di seconda stazione e Tavola del Nuovo Estimo per la città di Pavia (1751-1757) Musei Civici di Pavia, Depositi

COMMITTENTE

Maria Teresa d’Austria fece redigere il Catasto, che da lei prende il nome,  alla metà del XVIII secolo a fini fiscali.

IL PAESAGGIO NELLA MAPPA

Attraverso la mappa possiamo ricavare informazioni sul paesaggio urbano e leggere facilmente la consistenza e la distribuzione del verde cittadino.

La città è rappresentata racchiusa entro le mura spagnole; si possono vedere le strade, il perimetro degli edifici e i confini delle proprietà, i giardini e gli orti, le chiese e la suddivisione delle parrocchie.

Notiamo che è riconoscibile, e densamente edificata, un’area un tempo delimitata dal giro più interno delle mura medioevali e che le zone a giardino e coltivate ad orto sono distribuite perifericamente. Manca invece quello che noi chiamiamo il verde pubblico.

pianta di Pavia con la sua cinta bastionata

Pianta di Pavia con la sua cinta bastionata

DALLA MAPPA AL TERRITORIO

Pavia, fino alla fine del XIX secolo era racchiusa entro una cinta di mura poderose; oggi si espande lungo le principali direttrici che la collegano alle città vicine. La campagna che nel secolo scorso si insinuava tra queste strade è ora completamente edificata, ad eccezione della sottile striscia di terra lungo la roggia Vernavola che oggi ha la funzione di parco urbano.

Sentiero nel Parco della Vernavola

Sentiero nel Parco della Vernavola

Nella mappa catastale notiamo che la città è densamente edificata all’interno del perimetro dove definito dalle mura medioevali.

Gli edifici si vanno invece diradando verso la cinta muraria spagnola, dove sono presenti giardini e orti, particolarmente estesi, questi ultimi, nelle zone dei bastioni nordoccidentali dove potevano essere irrigati dalla roggia Carona e a sud-est verso il Ticino.

Dal XIX secolo gli spazi occupati dagli orti sono stati in gran parte edificati; nella zona sudoccidentale, il Collegio Borromeo ha acquisito progressivamente i terreni appartenenti a vari proprietari, mantenendo la originaria destinazione ad ortaglie e frutteti.

Osservando la mappa, notiamo anche che non vi sono alberi lungo le vie, mentre oggi viali alberati lungo il tracciato delle mura spagnole o sulle spianate derivate dal loro abbattimento fanno parte del paesaggio urbano, secondo una moda importata nel XIX secolo dalla Francia.

APPROFONDIMENTOIl verde urbano, Parchi e orti urbani

LINEE DI RICERCA

  • Fai un censimento dei parchi della tua città. Quali parchi conosci e/o frequenti? Sono attrezzati per il gioco, lo sport, la sosta? Chi cura la loro manutenzione? Quali regole di comportamento suggeriresti ai frequentatori di un parco?
  • Elenca i viali alberati di Pavia. Dove sono collocati? Quale è la loro origine? Quali sono stati realizzati utilizzando gli spazi occupati dalle delle antiche mura? Quali aberi sono stati impiegati?
    Nella Fototeca dei Musei Civici di Pavia puoi trovare fotografie che documentano la demolizione delle mura cittadine e la realizzazione dei viali alberati.

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Pesca alla Zelata, Pompeo Mariani

Pompeo Mariani (Monza, 1857 – Bordighera, Imperia, 1927), olio su tavola, cm 28,5x18, Musei Civici di Pavia, Donazione Morone

Pompeo Mariani (Monza, 1857 – Bordighera, Imperia, 1927), olio su tavola, cm 28,5x18, Musei Civici di Pavia, Donazione Morone

AUTORE

Pompeo Mariani, importante rappresentante della pittura italiana tra Ottocento e Novecento, si presenta alla Triennale di Milano nel 1894 con opere raffiguranti la Zelata, antica riserva di caccia dei Visconti. Questo soggetto viene rappresentato fino al 1896 circa e rivela una vicinanza all’essenzialità del linguaggio impressionista francese, benché Mariani impieghi una tavolozza di colori tipica della tradizione lombarda, che passa dall’utilizzo dei bruni, al grigio, ai verdi scuri. Nella zona della Zelata, Mariani realizza anche dipinti aventi per soggetto le mondine al lavoro nelle risaie.

Si può notare in queste opere il tratto tipico dello stile pittorico scapigliato, che gli deriva dall’influenza del più famoso zio Mosè Bianchi, nell’utilizzo di pennellate evanescenti per ricreare, insieme all’impiego di colori brumosi, le atmosfere nebbiose della campagna autunnale.

IL PAESAGGIO NEL DIPINTO

I due quadri dipinti da Pompeo Mariani rappresentano uno scorcio della lanca in località Zelata, alle porte di Pavia, nel comune di Bereguardo, all’interno del Parco del Ticino. Probabilmente quest’opera raffigurante il paesaggio fluviale è stata realizzata nel periodo autunnale, quando le giornate in campagna diventano nebbiose e la natura acquista colori caliginosi, sui toni del grigio e del bruno. Le brevi pennellate rappresentano i rami semispogli, la vegetazione sottostante alla fine del suo ciclo di vita e il cielo lattiginoso, senza profondità.

DAL DIPINTO AL TERRITORIO
La lanca è uno specchio d’acqua che si origina da un’ansa del fiume che nel corso del tempo ha perso parzialmente o completamente il contatto con esso. Nel caso della Zelata il collegamento con il fiume è mantenuto da un piccolo emissario che durante le piene riceve e convoglia l’acqua del Ticino al suo interno. Da questo punto di vista può essere considerata ancora “giovane” e in fase di evoluzione: nel tempo infatti, è destinata a staccarsi completamente dal Ticino. La lanca della Zelata è immersa all’interno dell’omonimo Bosco, uno dei pochi residui di foresta planiziale che un tempo ricopriva la Pianura Padana. Questa è una delle aree di maggiore pregio ambientale della zona, perchè ha mantenuto pressochè integra la propria vegetazione, che oltre alle specie arboree e arbustive annovera anche molte specie acquatiche, quali il nannufaro (Nuphar lutea), il ranuncolo d’acqua (Ranunculus aquatilis), o la ninfea bianca (Nymphaea alba). Ospita, inoltre, una ricca fauna legata agli ambienti umidi come gli anfibi o le numerose specie di uccelli uccelli: aironi e martin pescatore solo per citare alcuni dei più rappresentativi. Importante è anche la popolazione ittica presente con numerose specie. Ma non sono da dimenticare i piccoli abitanti degli specchi d’acqua appartenenti allo zooplancton o ai macrovinvertebrati, come la curiosa friganea, insetto appartenente all’ordine dei Tricotteri, la cui larva è detta portasassi perchè si costruisce un fodero protettivo con sassolini o ramoscelli.

Lanca nella Valle del Ticino

Lanca nella Valle del Ticino

APPROFONDIMENTO: Come funziona il Parco del Ticino, La nebbia: un fenomeno tutto padano

LINEE DI RICERCA

  • Esistono lanche nel tuo territorio? Elenca i loro nomi e indica su una mappa dove si trovano
  • Prova a documentare la flora e la fauna di una lanca con delle fotografie da te realizzate

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Veduta di Pavia dal confluente con il rotto del Gravellone, Francesco Trécourt

Francesco Trécourt, olio su tela, cm 52x76, Musei Civici di Pavia

Francesco Trécourt, olio su tela, cm 52x76, Musei Civici di Pavia

AUTORE

Francesco Trécourt è uno dei fratelli del ben più noto Giacomo, direttore della Civica Scuola di Pittura di Pavia tra il 1842 e il 1878. Seguendo il fratello a Pavia, Francesco dipinge diverse vedute della città, rilevanti più dal punto di vista storico che artistico.

IL PAESAGGIO NEL DIPINTO

Nel dipinto è rappresentata la città di Pavia vista dal Borgo Ticino e più precisamente dal rotto del Gravellone, un corso d’acqua che insieme al fiume principale racchiudeva questa zona che forse proprio per il suo isolamento ha conservato più di altri quartieri le sue caratteristiche topografiche e storiche. In primo piano, non più visibile oggi è raffigurato il rotto del Gravellone mentre lungo le sponde sono rappresentate alcune lavandaie con i loro strumenti di lavoro e alcuni soldati. Sullo sfondo è dipinta la città di Pavia, racchiusa nelle mura difensive con le sue torri gentilizie e i campanili delle numerose chiese.

DAL DIPINTO AL TERRITORIO

Il quadro è una testimonianza importante della trasformazione di Pavia: si può notare come nel dipinto la città conservi un aspetto medievale, con le mura che ancora la cingono e le torri, più numerose rispetto ad oggi. La città odierna pur mantenendo ancora un assetto medievale, è molto cambiata: le mura non esistono più, alcune torri sono crollate a causa di collassi strutturali, altre sono state distrutte per motivi di sicurezza, o per recuperare mattoni e spazio e altre ancora sono state inglobate in edifici più moderni.

Pavia dalla zona Vul

Pavia vista dalla zona Vul

Nell’opera è raffigurata la Torre Civica, crollata nel 1989, a fianco del Duomo; mentre non è rappresentata nel dipinto la cupola della Cattedrale poiché realizzata solo alla fine del XIX secolo. Un altro netto cambiamento che si può notare, osservando Pavia dall’area Vul del Borgo Ticino, è la presenza di palazzi costruiti negli anni ’50 che stridono con l’architettura medievale della città e che sono stati innalzati al posto dei palazzi storici bombardati durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche la zona ovest di Borgo Ticino, che si intravvede in primo piano nel dipinto ha subito una grande trasformazione: il verde della campagna ha lasciato il posto all’asfalto delle strade e dei parcheggi, i palazzi hanno sostituito i terreni incolti lungo il fiume

Veduta aerea di Pavia nel 1925

Veduta aerea di Pavia nel 1925

Vista del LungoTicino Visconti 2009

Vista del LungoTicino Visconti

APPROFONDIMENTO Storia, Prima della lavatrice: le lavandaie

LINEE DI RICERCA

  • Prova a confrontare questo dipinto con quello che puoi vedere oggi lungo le sponde del Ticino
  • Trova nella Fototeca dei Musei Civici di Pavia le immagini che documentano il crollo della Torre civica avvenuto nel 1989

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Archiviato sotto paesaggio urbano

La Battaglia di Pavia, Gherardo Poli

Gherardo Poli (Firenze, 1676 – Pisa, 1739) La battaglia di Pavia, olio su tela, cm 84x128, Musei Civici di Pavia, Pinacoteca '600-'700

AUTORE

Gherardo Poli è stato noto come autore di vedute e di dipinti con rovine in cui l’elemento reale tratto dal contesto urbano viene trasfigurato in modo fantastico.

IL PAESAGGIO NEL DIPINTO

Il quadro rappresenta la Battaglia di Pavia che si combattè il 24 febbraio 1525. Sullo sfondo è rappresentata Pavia con torri, mura e il Castello Visconteo; in primo piano invece è visibile il re francese Francesco I prossimo alla cattura, dopo esser stato disarcionato. Nella rappresentazione della Pavia cinquesentesca ci sono due errori evidenti: il Castello viene dipinto già mutilato del suo lato nord, mentre solo nel 1527 i Francesi riuscirono a distruggere quest’ala dell’edificio; il secondo errore riguarda la Torre Civica che si trovava di fianco al Duomo e che crollò nel 1989. Nel dipinto compare sulla sommità della torre la cella campanaria che fu realizzata solo nel 1583 dall’architetto Pellegrino Tibaldi. Non ci sono riproduzioni pittoriche della Battaglia che si possano considerare aderenti alla realtà paesaggistica di quel periodo. Gli artisti non conoscevano la città di Pavia né il campo di battaglia e prendevano spunto, per rappresentarla, da fonti letterarie. Tuttavia risponde al vero la netta separazione tra città e campagna definita dal perimetro delle mura, come mostrano diverse altre fonti iconografiche.

Incisione di Giovanni Andrea Vavassore detto Il Guadagnino (attr.), xilografia, mm 288x400

Incisione di Giovanni Andrea Vavassore detto Il Guadagnino (attr.)

DAL DIPINTO AL TERRITORIO

Il campo di battaglia fu il Parco Visconteo, che si sviluppava alle spalle del Castello e arrivava fino alla Certosa. Il Parco fu costruito per volere di Gian Galeazzo Visconti alla fine del XIV secolo. Nacque come riserva di caccia completamente circondata da mura e come spazio per la conduzione di attività agricole come la coltivazione di frumento, segale, vite, ecc. Esistevano inoltre vari luogi e strutture dedicati allo svago e divertimento come il bagno, la peschiera, una villa di delizia e il castello di Mirabello dove viveva il guardiaparco che presiedeva alla selvaggina destinata alle cacce. Dopo la Battaglia di Pavia, in seguito alle mutate condizioni politiche e anche a causa della sottrazione di materiale edilizio dalle brecce aperte dagli eserciti nelle sue mura,  il Parco iniziò a disgregarsi. Oggi  la presenza secolare del Parco è quasi illeggibile a causa dell’urbanizzazione attorno a Pavia, anche se la visione dall’alto del territorio rivela ancora, nel tracciato delle strade e del canale del Naviglio, l’antico perimetro del Parco. Per la grande importantza di questo territorio è stato predisposto anche un piano paesistico del Barco-Certosa. Nel dipinto si può notare come la città e la campagna erano nettamente separate, grazie alle mura che cingevano Pavia, mentre oggi, abbattute le mura, questa separazione non esiste più; Pavia si è estesa oltre le sue vecchie mura occupando il territorio limitrofo lungo le principali vie di comunicazione e contemporaneamente sono sorti, in promissità di antiche cascine, centri urbani più piccoli che costellano la campagna.

APPROFONDIMENTO: La Battaglia di Pavia nella storia e nell’arte

LINEE DI RICERCA

  • Visita il Museo della Battaglia di Pavia a San Genesio (PV), informati sulle tattiche militari utilizzate durante la Battaglia di Pavia e prova a capire il ruolo che ebbe il territorio del parco nelle strategie impiegate dai due eserciti Ogni due anni a San Genesio e a Pavia, in settembre, viene organizzata una rievocazione  storica della Battaglia. Partecipa e scopri come era organizzato l’accampamento militare, qual era l’equipaggiamento dei soldati, come si combatteva etc.

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